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Sostenibilità, innovazione e ricerca, il mantra dell’economia circolare

Sostenibilità, innovazione e ricerca, il mantra dell’economia circolare

Pubblichiamo un post di Nicola Ghisalberti, autore sul blog Gli Immoderati, studente di economia




 
Fermatevi ad ascoltare qualche spot pubblicitario e ci farete sicuramente caso: ormai di “sostenibilità” ne sentiamo parlare ovunque. Alla tv, alla radio e immancabilmente sui social network, siamo letteralmente bombardati da centinaia di ads che in un modo o nell’altro ne parlano. Si sta diffondendo a macchia d’olio, come un mantra da mettere – rigorosamente in dose Q.B. – all’interno di ogni sorta di spot o speech di vendita con lo scopo di far apparire salubre, pulito e green un prodotto.
 
Ma cosa significa nel concreto “sostenibilità” e perché è così importante?
 
A livello di azienda la sostenibilità si lega alla cosiddetta Corporate Social Responsibility (CSR) – ovvero la responsabilità dell’impresa nel rispondere alle varie esigenze degli stakeholder – che si concretizza in varie correnti di pensiero con l’obiettivo di orientare coloro che ispirano la vision di un’azienda.
 
Secondo il principale dei vari paradigmi odierni, i manager in primo luogo – tutti i soggetti che compongono la struttura aziendale in seconda istanza – sono chiamati a concorrere ad un cambiamento radicale: da un’economia a consumo verticale verso un’economia a consumo circolare.
 
Questa visione prettamente teorica si sostanzia in diversi modi. Da un lato tramite iniziative private rivolte all’associazionismo e all’inclusione sociale – ne sono esempio varie ONG che da tempo propongono numerosissime iniziative in tal senso, tanto a livello locale che nazionale – spesso finanziate da grandi gruppi, desiderosi di inserire qualche bell’immagine nell’ormai onnipresente pagina “Sostenibilità” del proprio sito web.
 
Dall’altro lato si sta sviluppando una nicchia sempre più grande di società che della sostenibilità stanno facendo il loro pane quotidiano: aziende che innovano, che fanno ricerca per affrontare questa che sarà la sfida del secolo che verrà. Per quantificare al meglio il loro impatto sull’ecosistema, molte realtà stanno prendendo a riferimento il Carbon footprint e l’Ecological footprint, due indicatori che pongono in evidenza la cosiddetta “impronta di carbonio” e l’impronta ecologica che si lascia tramite l’attività aziendale.
 
Il Carbon footprint non è altro che il computo dell’ammontare di CO2, CH4, Ossido nitroso N2O, Idrofluorocarburi HFCs, Perfluorocarburi PFCs e Esafloruro di zolfo SF6 emessi per la realizzazione di un prodotto o lo svolgimento di un processo. Più questo indicatore è prossimo allo zero [o addirittura negativo] meno il prodotto avrà impatto sull’ambiente, ed in particolare sui cambiamenti climatici di cui ogni giorno abbiamo evidenza.
 
L’Ecological footprint invece esprime in maniera figurata quanti “pianeti Terra” servirebbero per sostenere l’attuale livello dei consumi di risorse. Attualmente l’Ecological footprint è pari a 1,7. In altri termini servirebbero 1,7 “Terre” per sostenere, senza conseguenze irreversibili per il pianeta, i consumi e le emissioni globali odierne.
 
Questo approccio aziendale è antitetico a quello precedentemente citato, e fa della sostenibilità il proprio core business. Ne è esempio il gruppo Aquafil, azienda tessile originaria della provincia di Trento, ora una multinazionale tascabile con 14 società in 11 paesi, che ha saputo con il tempo diversificare la sua attività sino a raggiungere un fatturato consolidato nel 2016 di 482 milioni di euro, e che ha fatto della responsabilità aziendale nei confronti dell’ambiente il suo core business.
 
Tramite il progetto Econyl l’azienda è infatti riuscita a produrre una fibra di nylon al 100% sostenibile. Il progetto ebbe inizio con l’idea di riutilizzare delle reti da pesca ormai consunte, che mediante alcuni processi chimici vennero riconvertite in vera e propria nuova materia prima. Ai successive trattamenti, dopo anni di ricerca e investimenti, si è giunti a produrre una fibra 100% rinnovabile, le cui materie prime non sono altro che scarti, rifiuti. Un processo che si autoalimenta all’infinito.
 
Col fine di diversificare ancor di più il proprio business, Aquafil ha recentemente separato l’attività di depurazione delle acque reflue – con oltre 5 milioni di euro in investimenti in adeguamento delle strutture – dalla quale si è avviata un’attività separata e parallela. La vision è quella di andare a soddisfare tanto le esigenze interne di compliance with the law, nella fattispecie la depurazione obbligatoria delle acque reflue, quanto la soddisfazione di una domanda esterna di trattamento delle acque proveniente da altre società dislocate sul territorio.
 
Lo sfruttamento della capacità residua degli impianti, potenziati dagli investimenti effettuati e resi più versatili per poter trattare diversi tipi di scarti, ha permesso dunque di generare un nuovo ramo d’azienda del tutto sostenibile a livello economico ed ambientale. L’acqua depurata è interamente riutilizzata nel processo produttivo. Il risparmio è duplice. Da un lato non sarà più necessario attingere alle acque di falda, prelevate ad una temperatura di circa 5°C, preservando quindi il patrimonio idrico locale. Dall’altro non sarà più necessario riscaldare l’acqua di falda per portarla alla temperatura ottimale, poiché quella ottenuta dall’impianto di depurazione è già ad una temperatura che oscilla tra i 20° ed i 30° ovvero già idonea per la reimmissione nel processo produttivo, risparmiando migliaia di metri cubi di gas.
 
La visione strategica che crea valore per l’azienda è proprio questa: “Non limitarsi al mero rispetto della normativa, ma tramutare, con idee, innovazione ed investimenti, quello che è un centro di costo in un centro di profitto”, afferma Tiziano Battistini, CEO di Aquaspace, che condivide e fa propria la vision del CEO del gruppo Aquafil, Giulio Bonazzi.
 
Grazie a questa vision Aquafil si sta affermando come uno dei più importanti leader del settore del Nylon 6 a zero Carbon footprint. Un valore aggiunto in qualità, quello dell’impatto zero, che viene riconosciuto anche a livello di vendite, come affermato peraltro dallo stesso Bonazzi, secondo il quale molti clienti preferiscono pagare un sovrappiù pur di assicurarsi un filato qualitativamente elevato e con Carbon footprint prossima allo zero.
 
Aquafil ha attualmente in corso vari altri progetti in ottica di un’Economia Circolare. Tra i tanti si annoverano una collaborazione con l’Università di Trento in ambito di energia solare, per l’efficientamento energetico delle strutture, ed un progetto per il recupero delle acque oleose i cui oli, una volta trattati, verranno rivenduti a società del settore.
 
Un approccio proattivo alla sostenibilità deve andare oltre al semplice rispetto della normativa e provare a cambiare i processi e la vision, ricostruendo da zero le fondamenta su cui l’azienda poggia. Questo può essere possibile solo tramite la ricerca e l’innovazione continua, per riuscire ad integrare il profitto con una visione di sostenibilità, di circolarità e di impatto zero.
 
 scritto da Econopoly il 07 Luglio 2017 -SOLE24ORE

 


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